26 January 2009

Quine - 1

Uno dei motivi per cui cito spesso ma non spiego mai Quine è che non è facile condensarlo in poche righe.
In epistemologia, ad esempio, è molto più facile divulgare Kuhn e Lakatos (fai l'esempio della rivoluzione della meccanica quantistica e della relatività, di rottura con la meccanica classica, e il messaggio, in fondo, è passato) o Popper (fai l'esempio dei corvi neri, del singolo corvo bianco, ed è chiaro cosa si intende per "falsificare" e della differenza col "verificare").
Ma prova a riassumere in poche parole e in modo altrettanto icastico come mai è impossibile distinguere le proposizioni analitiche da quelle sintetiche, quali sono le conseguenze dell'indeterminatezza della traduzione, la relatività ontologica...
Esistono, sì, delle immagini vivide del pensiero di Quine, come questa:
La cultura dei nostri padri è una stoffa di enunciati. Nelle nostre mani essa si evolve e muta [...]. È una cultura grigia, nera di fatti e bianca di convenzioni. Ma non ho trovato alcuna ragione sostanziale per concludere che vi siano in essa fili del tutto neri e altri del tutto bianchi.
ma restano parole quasi vuote di significato per chi già non conosce le sue tesi.
Forse la cosa più facile da spiegare è l'olismo della conferma, tant'è che ne esiste una versione "semplificata" che va sotto il nome di Tesi di Duhem-Quine. Chissà, magari partirò proprio da quella.
Purtroppo questa difficoltà a sintetizzare e semplificare Quine ha una conseguenza ben più grave di quella di non poterla spiegare facilmente nelle mie discussioni, ed è che tutti o quasi conoscono le idee di Kuhn e Lakatos e ancor più quelle di Popper, e nessuno o quasi ha mai sentito parlare di Quine. Eppure, dopo aver letto qualcosa di Quine, viene da sorridere a pensare di nuovo a Popper. Non nel senso, sia chiaro, che si sorride pensando a Popper come a uno stupido e al suo falsificazionismo come ad una gran cantonata. Ma certo si sorride pensando allo spessore dell'analisi di Quine in confronto all'ingenuità e alla superficialità del falsificazionismo di Popper, e ancor più ai paradigmi e alle rivoluzioni scientifiche di Kuhn e Lakatos.
Esattamente la stessa sensazione che si prova dopo aver letto Enrico Bellone: si scopre la differenza fra storia e favola della scienza. Da una parte una disciplina affascinante quanto impegnativa, fatta di laboriosa lettura delle fonti originali, tanto delle pubblicazioni ufficiali quanto delle corrispondenze private, della loro contestualizzazione in un quadro concettuale quasi sempre profondamente diverso da quello con cui, oggi, tendiamo a rileggere quelle stesse equazioni e quelle stesse teorie che, al contrario, la favola della scienza ci presenta come una costruzione lineare, magnifica e progressiva, frutto di una serie di colpi di genio (che a posteriori, poi, sembrano sempre delle banali ovvietà) e di experimentum crucis univoci e definitivi.
Sì, dovevo parlare di Quine, non di Bellone. Ma il fatto è che devo proprio a Bellone la scoperta di Quine. E del resto quello della favola della scienza non è solo un paragone distante, visto che, al contrario, molte delle idee alla base delle tesi di Popper, Kuhn e Lakatos sembrano discendere precisamente da questa visione semplificata del modo di procedere della scienza. Gli experimentum crucis capaci di falsificare una teoria in senso popperiano, infatti, sbiadiscono e sfumano di fronte ad un'analisi storica precisa e prendono forma solo a posteriori, in una reinterpretazione semplificata della vicenda, fatta con gli anacronistici occhi di poi.
Credo, per tornare a Quine, che le difficoltà che si trovano a divulgarlo sono davvero quasi tutte dovute a questa sua irriducibile complessità. Una complessità che si evidenzia nel fatto che nelle sue tesi non si può separare l'epistemologia dall'ontologia, dalla gnoseologia, dalla logica, dalla linguistica... La sua è intrinsecamente una "teoria del tutto" e non potrebbe essere che così, visto che "le nostre proposizioni sul mondo esterno si sottopongono al tribunale dell’esperienza sensibile non individualmente ma solo come insieme solidale".
Insomma, Franco, questo lungo post solo per mettere le mani avanti e dire che no, non sarà affatto facile provare a spiegarvi Quine.

8 comments:

Anonymous said...

Ehi ma che onore! Bene, resto in attesa.
Franco

davide scaini said...

...ma se e' cosi' complicato, vale lo stesso la pena di divulgarlo? mi spiego: la bellezza che si ricerca e si trova nella semplicita' dov'e' finita in Quine?

Dovresti fare un post con questo sfondo... "Perche' merita di essere letto e possibilmente capito Quine"
d

hronir said...

Trovi che il falsificazionismo popperiano sia semplice e bello? O semplice e bella ti pare la teoria dei paradigmi scientifici di Kuhn?
Semplici, si, ma non per questo belli. Semplicistici direi: tutto dovrebbe essere reso il più semplice possibile, ma non più semplice, diceva qualcuno.

Comunque apprezzo molto il feedback: cercherò di rispondere alla più che legittima domanda sull'importanza di Quine.

davide scaini said...

ah... ovviamente non so una mazza di queste cose, era pura provocazione da rasoio... ;-)

e poi, siccome ne sei appassionato, immagino che tu abbia piu' che un'idea della bellazza di Quine... la passione che si trasmette nel raccontare una propria passione di solito invoglia all'accostarsi alla materia.
Ovvio tutto questo e' pura provocazione da ignorantissimo che spera di capirci qualcosa.

hronir said...

Sì, sì, avevo colto il senso :)

Tornerò su Quine... solo, probabilmente, coi tempi tipici di questo blog :(

davide scaini said...

:-P

Edo said...

"tutti o quasi conoscono le idee di Kuhn e Lakatos e ancor più quelle di Popper". Ach, mi tocca confessare che Popper l'ho sentito nominare, ma rientro nel (1 - quasi) che non ha mai sentito nominare Kuhn e Lakatos.

Come faro' ad andare oltre quella riga del post?

hronir said...

Non ti preoccupare, non ti sei perso niente — anzi, tieniti pure alla larga da loro... :)