12 August 2016

L'anima /4

 
«Anche lei è un dottore della legge» egli disse titubante; «saprebbe forse spiegarmi che cosa vuol dire “un uomo che ha anima”?» [...] Poiché Ulrich non rispondeva, egli continuò. «Quando si dice “un’anima buona” s’intende una persona onesta, sincera, che fa il suo dovere; uno dei miei capiufficio è proprio così: ma infine si tratta di una qualità da inferiori! Oppure l’anima è una qualità delle donne: all’incirca come dire che piangono e arrossiscono più facilmente degli uomini...» [...] Meditò un poco. «Lei non è mai andato da un’indovina? Sanno leggere l’avvenire nella mano o in una ciocca di capelli, qualche volta in maniera stupefacente; è un dono o un trucco, non so. Ma può lei immaginare qualcosa di sensato quando un tale viene a raccontarle, per esempio, che i segni annunciano l’avvento di un’èra nuova in cui le nostre anime si vedranno quasi senza mediazione dei sensi? Aggiungo subito,» integrò in fretta, «che questo non va inteso soltanto letteralmente; oggi che siamo già nella fase di risveglio dell’anima, se lei non è buono, lo si riconosce molto più chiaramente che nei secoli passati! Lei ci crede?»
Con Tuzzi non si sapeva mai se il pungiglione era rivolto contro se stesso o contro l’interlocutore, e Ulrich a ogni buon conto rispose: «Al posto suo mi rimetterei alla prova sperimentale!»
«Non scherzi, mio caro; è sleale quando ci si trova al sicuro,» si lamentò Tuzzi. «Ma mia moglie pretende che io capisca sino in fondo simili massime, anche se poi non dovessi approvarle, e io sono obbligato a capitolare senza potermi difendere. Così in questo brutto frangente mi son ricordato che anche lei è un interprete delle Scritture...»
«Le due affermazioni sono di Maeterlinck, se non erro,» suggerì Ulrich.
«Ah sì? Di...? già, può essere. È quel...? Benissimo; forse è quello stesso che dice che la verità non esiste? Tranne per chi ama, egli dice. Se amo una creatura, devo immediatamente partecipare a una Verità misteriosa più profonda che quella d’ogni giorno. Invece se noi affermiamo qualcosa sulla base di una precisa osservazione e conoscenza dell’uomo, naturalmente sarà senza valore. Anche questo pare che l’abbia detto quel Mae... quel tale?»
«Davvero non saprei. Può darsi. Mi pare probabile.»
«Io m’ero fitto in capo che l’avesse detto Arnheim.»
«Arnheim ha preso molto da lui, e lui molto da altri; sono entrambi eclettici di notevole ingegno.»
«Davvero? Son cose vecchie, dunque? Allora mi spieghi, per l’amor di Dio, come si possono stampare oggi simili cose?» implorò Tuzzi. «Quando mia moglie mi dice: “L’intelligenza non dimostra nulla, i pensieri non giungono fino all’anima!” oppure: “Al di sopra dell’esattezza c’è un regno della saggezza e dell’amore, che le parole mediate possono soltanto profanare!”: io capisco come ciò accada; lei è una donna e in tal modo si difende contro la logica maschile! Ma un uomo come può fare simili affermazioni?» Tuzzi venne più vicino e posò una mano sul ginocchio di Ulrich: «La verità nuota come un pesce in un principio invisibile: appena la si tira fuori, ecco ch’è morta: lei che ne dice? Questo non si ricollega alla differenza fra erotismo e sessualità?»
Ulrich sorrise: «Vuole davvero che glielo dica?»
«Ardo dall’impazienza!»
«Non so come incominciare.»
«Lo vede! Fra uomini certe cose non si riesce a dirle. Se lei però avesse un’anima, adesso considererebbe e ammirerebbe semplicemente l’anima mia. Noi giungeremmo a un’altezza dove non vi sono né pensieri, né parole, né azioni, bensì forze misteriose e un silenzio sconvolgente. A un’anima è permesso fumare?» egli domandò e si accese una sigaretta;
[...]
E ascoltava Ulrich che gli diceva: «Vorrei suggerirle di riflettere a quanto segue. In noi s’alterna di solito un afflusso e deflusso della vita vissuta. Le commozioni che si formano in noi sono suscitate dall’esterno e tornano a uscire sotto forma di azioni o parole. Se lo può immaginare come un gioco meccanico. E poi supponga un guasto: non crede che vi sarà un ristagno? Un’uscita dagli argini? In certe condizioni potrebbe anche essere soltanto un gonfiore...»
«Lei almeno parla ragionevolmente, anche se sono assurdità,» commentò Tuzzi in tono elogiativo. Non aveva capito subito che lì stava davvero sbocciando una spiegazione, ma serbò il proprio contegno dignitoso e mentre di dentro si perdeva nell’angoscia, sulle sue labbra il piccolo sorriso maligno era rimasto lì così fiero che egli ben poteva tornare a rintanarsi nella sua perplessità.
«Se ben ricordo, a detta dei fisiologi,» continuò Ulrich, «ciò che noi chiamiamo azione cosciente consegue del fatto che lo stimolo, per così dire, non affluisce e defluisce semplicemente attraverso un arco riflesso, bensì è costretto a fare un giro; e allora il mondo che noi sperimentiamo e il mondo in cui agiamo, sebbene ci sembrino la stessa identica cosa, somigliano in realtà alle acque di afflusso e di deflusso in una roggia di mulino, collegate da una sorta di “stagno della coscienza” dalla cui altezza e vigore dipende la regolamentazione appunto del flusso e del deflusso. O in altre parole: se a uno dei due capi si verifica un guasto, un disgusto del mondo o una ripugnanza all’azione, non si potrebbe ragionevolmente supporre che in tal modo si formi anche una seconda coscienza, superiore, più alta? O lei crede di no?»
«Io?» esclamò Tuzzi. «Be’, devo dire che mi par proprio indifferente. I signori professori si risolvano pure il problema fra di loro, se lo reputano importante. Ma sotto l’aspetto pratico...» egli schiacciò penosamente la sigaretta nel portacenere e poi alzò gli occhi irritato, «sono gli uomini con due ingorghi o quelli con uno solo che definiscono il mondo?»
«Credevo che lei desiderasse sapere da me come mi figuro la genesi di simili pensieri.»
«Se per caso lei me l’ha detto, confesso che purtroppo non l’ho capito,» rispose Tuzzi.
«Ma è semplicissimo: lei non possiede il secondo ingorgo, dunque non possiede il principio della saggezza e non capisce una parola di quel che dicono gli uomini che posseggono un’anima. E allora non mi resta che congratularmi con lei!»
[...]
«Tutte le frasi che lei mi ha citato sono naturalmente delle allegorie,» riprese Ulrich dopo quell’interruzione, [...] «Una specie di linguaggio delle farfalle! E la gente come Arnheim mi fa l’impressione di trincare quel nettare quasi etereo a crepapancia. Cioè [...] è proprio lui, Arnheim, che mi fa quest’impressione, come pure quella ch’egli porti la sua anima nella tasca interna della giacca come un portafogli!»
 
Robert Musil, L’uomo senza qualità, parte terza, capitolo 16
 
 

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